domenica , 27 Novembre 2022
Agostino Tibaudi
foto: FC Shakhtar

L’ex preparatore atletico del Sassuolo Agostino Tibaudi racconta l’orrore della guerra

Dopo un viaggio lungo e travagliato, iniziato dalla capitale ucraina Kiev, Roberto De Zerbi ed il suo staff sono tornati in Italia, dalle rispettive famiglie. Tra i membri dello staff che hanno deciso di condividere con la stampa il proprio racconto della guerra c’è Agostino Tibaudi, piemontese, preparatore atletico con una lunga esperienza in Serie A con Milan, Parma e Sampdoria, oltre ovviamente al Sassuolo nel triennio di De Zerbi. Queste le parole di Tibaudi, raccolte da La Vita Casalese:

Perché alle prime avvisaglie non avete subito abbandonato il Paese? “Eravamo in Ucraina per lavoro e avevamo delle responsabilità nei confronti dei tanti ragazzi giovanissimi che giocano da noi, bloccati a Kiev con le proprie famiglie senza la possibilità di tornare nei rispettivi paesi: non li avremmo mai lasciati soli”.

Agostino Tibaudi sui quattro giorni asserragliati in hotel: “Eravamo nell’hotel dove solitamente andiamo in ritiro. Siamo una squadra di calcio, un gruppo, e quindi ci è sembrato naturale stare insieme fino alla fine e affrontare uniti questo tipo di crisi, e non ognuno nelle proprie case. Già a partire dalla prima notte, la gravità della situazione è stata subito chiara. Diverse grandi esplosioni, due in particolare, ci hanno svegliato nel cuore della notte. Da lì in poi, la situazione si è aggravata velocemente. Siamo rimasti asserragliati per diversi giorni nell’hotel, dove c’erano anche alcuni giornalisti stranieri. Per l’ambasciata italiana in quel momento la cosa più sicura era restare fermi dove ci trovavamo, in attesa di trovare un momento per evacuare il Paese. D’altronde non avevamo modo di muoverci anche in considerazione del coprifuoco imposto sulla capitale. Per tutti e quattro i giorni, il tempo è trascorso scandito dal suono delle sirene, dalle esplosioni, dai colpi di artiglieria. Dormire vestiti, scarpe ai piedi, passaporto in tasca: le tre regole da non disattendere assolutamente. Non c’era un piano interrato vero e proprio, al suono degli allarmi ci radunavamo in una sala interna, senza finestre e più protetta”.

Agostino Tibaudi
Staff De Zerbi: Agostino Tibaudi è alla sinistra di De Zerbi (foto: FC Shakhtar)

Agostino Tibaudi sull’intervento della UEFA: “Siamo stati contattati direttamente dal presidente Ceferin, che ci ha prospettato la possibilità di evacuare dal Paese anche grazie all’intervento di mezzi e uomini di altri club calcistici europei. Il viaggio sarebbe iniziato in treno, per poi raggiungere in pullman l’Ungheria e da lì, con un volo l’Italia. Logicamente è stato più complesso di quanto poteva apparire sulla carta. Domenica mattina con le nostre auto avremmo dovuto raggiungere la stazione, ma sabato sera è arrivata l’ennesima brutta notizia: il coprifuoco sarebbe stato prorogato per tutto il giorno, quindi non c’era modo di lasciare l’hotel se non con il rischio di essere scambiati per sabotatori russi e quindi neutralizzati. Era quindi necessaria una scorta militare, e sembrava un obiettivo irraggiungibile. Invece, quando ormai la speranza si era affievolita, siamo stati avvertiti che da lì a poco più di un quarto d’ora ci saremmo dovuti far trovare pronti perché era in arrivo un mezzo dell’esercito che ci avrebbe scortato alla stazione di Kiev”.

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“Raggiunta la stazione abbiamo trovato uno scenario quasi calmo, molto differente dalle immagini viste nei giorni precedenti dove i treni erano stati presi d’assalto da donne, bambini e anziani. Praticamente nessuno ha avuto il coraggio di sfidare il coprifuoco. Arrivati sulla banchina, scortati da militari e alcuni agenti di polizia che si sono aggiunti, abbiamo atteso il treno per Leopoli. Una volta saliti a bordo siamo riusciti a raggiungere la città ucraina in dieci ore anziché le solite quattro che avrebbero dovuto essere in una situazione normale. Ritardi generati da continui cambi di rotta causati da blocchi e combattimenti. Raggiunta Leopoli, abbiamo dovuto attendere un piccolo bus che in quattro ore e mezza ci ha portato a Uzhorod, città sulla frontiera ungherese. Sarebbe stata più vicina la Polonia, ma da Varsavia era stato già deciso di chiudere il confine con l’Ucraina. Tra check point controllati dai militari, jersey a rallentare il traffico, e un’abbondante nevicata, abbiamo finalmente superato il confine. Da lì è stato sicuramente più agevole raggiungere Budapest dove abbiamo preso il volo per tornare finalmente a casa”.

Cosa lasci in Ucraina?: “Amici. Colleghi. Persone che ci sono state incredibilmente vicine anche nel massimo momento di pericolo. Penso anche al personale dell’albergo che, di fatto, non ha mai smesso di lavorare. Che ha garantito per tutti i pasti e fatto in modo che non ci mancasse nulla. Penso alle ragazze, ai dipendenti del Club che, rischiando anche personalmente, sono usciti per Kiev per acquistare generi di prima necessità come latte in polvere e pannolini per i figli dei calciatori stranieri che erano con noi in albergo. I giocatori ucraini, ragazzi poco più che ventenni che in qualsiasi momento potrebbero essere chiamati a difendere il proprio Paese. Più in generale le persone che in questi mesi hanno lavorato con noi e condiviso un percorso, ma che non sono potute scappare. Gente del Donbass che per la seconda volta nella vita sta subendo l’orrore della guerra. Già una volta hanno dovuto lasciare la propria casa, lasciare tutto. Una guerra che dal 2014, e fino a pochi giorni fa, è stata dimenticata da molti”.

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Riguardo Gabriele Boscagli

Appassionato di calcio e di sport in generale, ho deciso di condividere la passione per il Sassuolo e per la scrittura con Canale Sassuolo. In redazione curo la sezione del settore giovanile. Per contattarmi, scrivere a settoregiovanile@canalesassuolo.it.

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