La prima panchina che è saltata nella Serie A 2026-27 è quella di Fabio Grosso. Normalmente di un allenatore che salta in un’altra squadra non parleremmo su queste pagine. Ma si tratta di Grosso e un’eccezione è più che dovuta.
Tre giornate di Serie A senza punti sono bastate a una piazza calda come quella di Firenze a metterlo all’indice, a mandarlo via. Dopo gli annunci faraonici del mercato estivo e le velleità dei piazzamenti europei, la piazza si è ritrovata per il secondo anno di fila di fronte a un incubo che non le si confà. E come l’anno scorso si mandò via Pioli (anche lui ex Sassuolo, ndr), così quest’anno si è ben pensato di dare il benservito al campione del Mondo 2006. Richiamando, ora come allora, quel Paolo Vanoli che la scorsa stagione tanto bene fece.
Veniamo a noi. Se le scelte della società sono comprensibili – a volte opinabili, altre meno – a noi qui interessa parlare di un allenatore che conosciamo molto bene. La storia di Grosso, d’altronde, parla per lui.
Gli assaggi di Serie A sono stati amari. A Brescia e a Firenze è stato sollevato dall’incarico dopo sole tre giornate. Al Lione in Ligue 1 ne sono servite 7. Solo a Sassuolo è riuscito a durare l’intera stagione. In una piazza assai meno calda sia di quella francese che di quelle bresciana e fiorentina.
Con il Sassuolo, Grosso ha vinto un campionato di Serie B e si è piazzato 11-esimo in Serie A. Quarto miglior risultato di sempre, in coabitazione con gli undicesimi posti raggiunti da Iachini nel 2018, De Zerbi nel 2019 e Dionisi nel 2022. Meglio riuscirono solo Di Francesco nel 2015 (6°), e De Zerbi nel 2020 e 2021 (8°). Oltre al Sassuolo, la piazza dove ha fatto meglio è stata Frosinone in due campionati e mezzo, con la ciliegina sulla torta della vittoria della Serie B 2022-23.
Ed eccoci al punto. Grosso, tranne che con il Sassuolo, in massima serie ha sempre faticato. A Sassuolo, l’anno scorso, partì con 2 sconfitte contro Napoli e Cremonese, poi una vittoria contro la Lazio in crisi perenne, poi una sconfitta con l’Inter. Gli si diede tempo. Era alla guida di una neopromossa, che però conosceva bene. E bene fece, alla fine dei conti.
A Firenze non ha trovato una serie di fattori. Dell’ambiente tranquillo abbiamo parlato già. Si aggiunga la smania di rifarsi da una pessima stagione da parte di piazza e società, specie nella stagione del centenario. E si metta anche che la squadra non era proprio rodatissima, anche in virtù del ricco mercato portato avanti dai Viola. Un cocktail malefico che a un allenatore nuovo alle grandi piazze come lui non ha fatto certo bene. E infatti è quello che ne ha fatto le spese.
Ma c’è anche un’altra questione, assai più mistica. La chiamerei “sindrome Di Francesco“. Dopo aver lasciato il Sassuolo per fare il salto in una grande piazza, molti allenatori si sono scottati.
Di Francesco, appunto, fece una stagione e mezza alla Roma, arrivando sì in semifinale di Champions, ma bruciando gran parte della carriera successiva che, praticamente, si sta rialzando solo dopo la salvezza ottenuta l’anno scorso con il Lecce. Anche Iachini dopo Sassuolo (ed Empoli) fu chiamato alla Fiorentina, con risultati altalenanti e sempre con il ruolo di traghettatore. Quella di De Zerbi con Shakhtar, Brighton, Marsiglia e Tottenham è una storia a parte, ma di certo il carattere personaggio ha giocato la sua.
Per Grosso non è stato diverso. La macchia viola sul CV brucerà. Rimarrà praticamente una stagione fermo, a meno di non accasarsi all’estero. Ma la Fiorentina, più che il lancio verso il calcio che conta, è stata un ridimensionamento. Sul piano umano ci dispiace enormemente.
E, al momento, a Sassuolo siamo contenti con Aquilani. Ma siamo sicuri che il buon Fabio stia maledicendo quel giorno di giugno in cui ha rescisso il contratto che lo legava al club di casa Mapei.
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