martedì , 20 ottobre 2020
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Gregoire Defrel
foto: Alberto Benaglia

Defrel: “La mia esultanza è un gioco. E pensare che in Italia non ci volevo nemmeno venire”

Grégoire Defrel si racconta ai microfoni di Repubblica. L’attaccante francese, autore della doppietta valsa la vittoria contro l’Udinese, parla di sé a tutto tondo: infanzia, carriera, miti e speranze di un ragazzo delle periferie francesi.

Parte con il parlare della sua esultanza, tante volte criticata: “La mia esultanza l’hanno inventata dai miei amici di Parigi, che vengono spesso a trovarmi. Sono figlio unico, i miei fratelli sono loro. E giochiamo al far west. La faccio meno spesso da quando sono stato criticato, dicono che non sarei di buon esempio per i bambini. Ma non è niente di cattivo, è solo un gioco“.

Fiero delle proprie origini multiculturali in una Parigi a cavallo tra due secoli: “Sono nato a Meudon, nell’Ovest di Parigi. Il 92 che porto sulla maglia è il numero del dipartimento di Hauts-de-Sein. Mia madre Claire è bretone, lavora in una casa di riposo. Mio padre Alain è nato in Martinica, arrivò in Bretagna come brancardier, portantino. Insieme decisero di trasferirsi a Parigi, in una zona multietnica a prevalenza musulmana. Io sono cristiano, con la mia famiglia andavo sempre a messa. Sono cresciuto fra bambini di religioni diverse, senza problemi di convivenza“.

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Un’infanzia tranquilla, nonostante il clima difficile delle periferie parigine: “All’epoca degli scontri del 2005 ero piccolo. C’erano a casa i miei cugini dalla Bretagna, volevamo andare in giro. Mia madre ci fermò, scostò la tenda e ci disse di guardare fuori dalla finestra: macchine e cassonetti in fiamme, scontri, sirene spiegate. Però la mia infanzia è stata serena, con i miei genitori sempre addosso. Alcuni amici di allora sono in galera. Sono fortunato, mi piace essere una speranza per i ragazzi della mia città“.

E poi è arrivato il calcio, a partire dalle vie di quartiere, come tanti campioni: “Ho imparato a giocare in strada a Chatillon, su un campo di sabbia a due minuti da casa. Facevo il campionato dei quartieri, due allenamenti e una partita alla settimana. Il mio amico Doukara, che ha giocato in Italia e ora è al Leeds, parlò di me al suo procuratore Malick Ba. Malick oggi non c’è più, è stato il mio primo agente. Mi propose un provino in Italia con altri cinque ragazzi, ma io non volevo andarci: a casa mi sentivo già un campione, avevo tutto. Mi convinse mio padre. Presi una borsa e poche cose, dissi a tutti che sarei tornato dopo tre giorni, ne ero convinto”.

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E quindi il lancio nel mondo del professionismo: “Il Monza, in Lega Pro, prese Chemali e mi scartò. Il Parma neanche voleva farmi fare il provino. Pesavo 85 chili, ero impresentabile. Giocai una partitella d’estate con 40 gradi, dopo cinque minuti chiesi il cambio, ero scoppiato. Ma il responsabile del vivaio, Francesco Palmieri, che poi avrei ritrovato qui al Sassuolo, aveva notato un paio di giocate nell’uno contro uno: mi chiese di restare e ovviamente mi mise a dieta. Intanto i compagni mi prestavano i vestiti, non parlavo una parola d’italiano, non avevo il computer, niente, aspettavo che mio padre mi portasse una valigia. Il primo anno guadagnavo 250 euro al mese più vitto e alloggio. Il secondo, 800, e alla fine Colomba mi fece debuttare in A, a Cagliari”.

Ma anche in Italia ci sono stati momenti difficili: “Una volta ho pensato di mollare tutto e tornare a casa. Ero a Foggia in prestito, non arrivavano gli stipendi, la piazza contestava. Non era la vita che volevo. Però ho tenuto duro e arrivò il Cesena. Il Sassuolo, poi, è stata la migliore scelta che potessi fare. Se non avessi fatto il calciatore forse lavorerei con i bambini”.

Il peso è stato un problema, specie in Emilia: “All’inizio non conoscevo l’importanza dell’alimentazione per un calciatore, poi a Cesena ho imparato grazie a Bisoli. In Emilia mangi bene ovunque, a Parigi solo nei migliori ristoranti”.

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Gregoire Defrel
foto: Alberto Benaglia

Il Sassuolo è per Grégoire un importante approdo, dove ha ricoperto tanti ruoli: “Sono una seconda punta, ma ho giocato dappertutto, anche da esterno. L’avversario più duro che ho affrontato in carriera è Chiellini, molto tosto. Il mio idolo è David Trezeguet“.

In Italia c’è tuttavia qualcuno che non riesce a fare a meno di sfoggiare un becero razzismo: “Sul campo non ci sono mai stati episodi, né con i compagni né con gli avversari. Ogni tanto i tifosi avversari mi fanno il verso della scimmia. Ma io non ci bado, non meritano la minima attenzione “.

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Riguardo Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino
Giornalista beneventano ma neroverde, mancino e grafomane. Sempre attento a tutto ciò che gli cambia attorno, ma con leggerezza. Prova a dare la sua visione sul mondo del Sassuolo

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