domenica , 17 ottobre 2021
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Intervista a Gianluca Pegolo
foto: sassuolocalcio.it

Intervista a Gianluca Pegolo: “Meritiamo l’Europa. Perché smettere se sto così bene?”

Il protagonista della 23esima puntata di Nero&Verde, curato dalla redazione di TRC, è Gianluca Pegolo: il portierone neroverde, che ha compiuto 40 anni il 25 marzo scorso, ha parlato a tutto tondo della sua carriera, dalla chiamata dell’Hellas Verona al suo futuro tra i pali. Di seguito l’intervista integrale a Gianluca Pegolo.

Sui primi calci al pallone: “A 12/13 anni giocavo punta ma non ero molto veloce per questo ruolo. Un giorno mio padre, vedendo che mi lanciavo spesso dall’armadio sul letto, ha detto all’allenatore di provarmi in porta. A me addirittura diceva che non ero tanto normale, ed era meglio se andavo in porta: da lì è partito tutto. Giocavo nel Romano D’Ezzelino, squadra di un paese vicino casa, sono stato preso per la Rappresentativa Veneta e sapevo che c’era il Verona interessato: fino all’ultimo mi hanno tenuto in stand-by fino a 14 anni e mezzo, quando ricevetti la chiamata del direttore che mi portò all’Hellas. Il primo periodo è stato duro perché mi mancava casa, le amicizie e tante altre cose: un giorno il direttore mi chiese se volessi tornare a casa, io ho avuto la forza di rispondere di no e per fortuna il percorso è andato per il verso giusto”.

Sulla prima squadra: “Ai tempi andare in prima squadra era difficile, era una fantasia. Mi ricordo che ero al centro Monsignor Carraro a Chievo quando mi arrivò la chiamata del direttore del settore giovanile: ero convocato in prima squadra. Da lì ho cominciato ad andare con loro e a trovare i miei spazi. L’esordio in Serie A? E’ stato a Torino: uscì Ferron per infortunio, eravamo in dieci. Dopo una parata a Lucarelli, ho detto a me stesso che oggi non sarebbe passato più nessuno: poi ho preso cinque pere e sono andato a casa”.

Gianluca Pegolo sul Sassuolo: “Mi hanno chiamato a settembre 2013, all’ultimo giorno di mercato: ero abituato a Siena a fare campionati per la salvezza e che c’era da soffrire, non avevo assolutamente problemi da quel punto di vista. La stagione d’esordio è stata trionfale ma travagliata, con molti cambiamenti, molte gioie e dolori. Credo che sia stato l’anno zero del Sassuolo. Quando sono arrivato mi ha colpito subito la familiarità: è normale fare qualche confronto con i campi che avevi prima, ma sapevo che il Sassuolo era al primo anno di Serie A nella propria storia. La gara d’esordio? E’ stata a Napoli, la prima gara con un’altra squadra è sempre particolare: è arrivato il primo punto su un campo difficile, abbiamo sofferto tanto ma è stato bello. Sapevamo che la strada da percorrere era lunghissima”.

alberto malesani sassuolo

Sul cambio di allenatore: “L’arrivo di Malesani e il ritorno di Di Francesco sono stati due passaggi fondamentali: credo che Malesani abbia dato qualcosa alla squadra che prima non aveva, anche se è stato esonerato dopo cinque giornate. Quando è tornato Eusebio mi ricordo che eravamo in ritiro a Padova, praticamente con un piede nella fossa, e venivamo trattati come una squadra già salva: quella è stata la scintilla per il rush finale. Fiorentina? E’ stata una partita folle, eravamo in vantaggio 4-1 ma è davvero successo di tutto: era una di quelle partite in cui sembrava esserci una forza superiore, gli altri vanno più di te e te vai meno degli altri. Quando è arrivata la palla a Giuseppe Rossi ho compiuto una parata di puro istinto. Se non vincevamo quella partita mi ammazzavo: avevamo perso tutti 2/3 chili, arrivare così fino alla fine è stata un’impresa dura”.

Sull’infortunio a tibia e perone: “L’anno successivo mi sono infortunato: avevo capito che c’era il rischio che non potessi più giocare a calcio, anche se non me l’avevano detto. I medici mi hanno detto che su un calciatore non avevano mai visto una frattura così brutta, al massimo su un motociclista. Facevo tutti i giorni dalle 7 di mattina alle 7 di sera in un centro, lontano dalla famiglia. Dopo 3 mesi non riuscivo ancora a camminare e non sapevo come cavolo avrei fatto, dopo 7 mesi dovevo fare un’altra operazione per togliere tutto quello che avevo dentro la gamba. A stagione finita, dopo il ritiro ero a posto: è stato un calvario di un anno. Nel frattempo avevo perso anche i gradi”.

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Gianluca Pegolo sui colleghi di reparto: “Io e Consigli siamo sempre stati ragazzi intelligenti, sappiamo che non dipende da noi se gioca l’uno o l’altro. Andrea era il portiere titolare, non che mi sentissi da meno ma conosco le dinamiche del ruolo e so che deve giocare un portiere solo. Ho pensato tante volte ad andare via, e nel frattempo dovevo farmi trovare pronto, che è una cosa ancor più difficile che giocare titolare. Turati l’ho preso sotto la mia ala, siamo molto legati. Il portiere si giudica solo quando gioca con continuità: lui è un ottimo estremo difensore e spero gli sia servito questo anno con noi. E’ un ragazzo davvero fantastico e umile, è migliorato tanto quest’anno e ha bisogno di giocare. Sassuolo è davvero un ambiente top, abbiamo un gruppo storico a cui va fatto un applauso perché ha tamponato molte situazioni, i giovani si sentono bene, possiamo scherzare su qualunque cosa perché nessuno si arrabbia, siamo veramente un bel gruppo da diverso tempo”.

Andrea Consigli
foto: sassuolocalcio.it

Gianluca Pegolo sul ruolo del portiere: “E’ cambiato tantissimo, per noi soprattutto da quando è arrivato De Zerbi, ma già con Di Francesco il portiere iniziava a giocare con i piedi. Adesso siamo arrivati ad un punto in cui il portiere è un regista aggiunto: all’inizio avevamo un po’ di timore della novità, ma adesso ci divertiamo. Il fulcro è proprio questo: passare dallo stress al divertimento. C’è poca competenza nel giudicare il nostro ruolo: un portiere che fa 50 passaggi non è scontato, poi ne sbaglia uno e sembra sia morto qualcuno. Fare il portiere è bello perché sei da solo. Per noi una parata è come fare un gol, anche se gli altri non lo capiscono: un gol ha più fascino e desta clamore, ma una parata gasa, un’uscita particolare ti esalta. Il livello di difficoltà è talmente alto che al di fuori non lo capiscono: ci sono mille particolari, credo che il portiere nasca portiere”.

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Sul calcio: “Ora è diventato tutto più mediatico, ci sono i social che amplificano tutto. La cosa positiva è che le partite vengono trasmesse ovunque: quando feci i Giochi del Mediterraneo non ci filava nessuno, pur arrivando in finale. Il lato negativo è che si fa presto a dipingere fenomeni, giocatori scarsi, tutti parlano: è diventata una giungla”.

Sulla stagione in corso e sul futuro: “Credo sia stata fantastica, a livello di risultati: non è scontato quanto abbiamo fatto, abbiamo vinto molte partite perdendone poche, in un campionato difficile e giocando un gran calcio. Nel triennio di De Zerbi, questo è il campionato migliore: ma questa annata si avvicina molto anche alla stagione in cui andammo in Europa. Non so se ci andremo o meno, ma ce lo meritiamo. Finché sto così bene non vedo perché dovrei smettere: lascerò il calcio quando non ce la farò più“.

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Riguardo Gabriele Boscagli

Appassionato di calcio, ho deciso di condividere la passione per il Sassuolo e per la scrittura con Canale Sassuolo. In redazione è il pilastro del settore giovanile. Per contattarmi scrivere a settoregiovanile@canalesassuolo.it

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