Ospite della puntata di oggi di DAZN Talks, diretto da Barbara Cirillo e Nicola Sechi, è Andrea Consigli: il portierone del Sassuolo, in collegamento video dal Mapei Football Center, ha risposto alle domande dei due giornalisti e anche a quelle dei tifosi da casa. Di seguito trovate la trascrizione e il video dell’intervista:
Consigli sull’ansia prepartita: “Nel corso degli anni è cambiata: quando ero giovane sentivo di più la partita, continuavo a farmi i film ma adesso posso dire che erano tempo ed energie perse. Adesso cerco di allenarmi bene in settimana e la domenica cerco di essere più rilassato per godermi la gara”.
Sul Sassuolo: “Fondamentalmente ho cambiato due squadre, a parte i prestiti: sono cresciuto all’Atalanta e mi sentivo come Berardi o Raspadori qui, un frutto delle giovanili. E’ stata sofferta la mia partenza dall’Atalanta, non me la aspettavo in quel modo: sono arrivato in questa piazza ed ero un po’ spaesato, c’era un ambiente molto familiare. Mi ricordo che una volta eravamo al Bentegodi e Di Francesco a fine primo tempo era avvelenato: nello spogliatoio nel frattempo entrò il segretario e si fece un caffé. Parlai con Floccari e con gli altri con cui avevo già condiviso e chiesi se fosse normale una cosa del genere. Nel frattempo la società è cresciuta talmente tanto che mi ci sono abituato, anzi non accadono praticamente più, ma c’è sempre questo clima familiare attorno al club. Un clima che, come diceva Dionisi, permette ai ragazzi di crescere con serenità”.
Consigli su Raspadori: “Mi aspettavo un exploit del genere: è un ragazzo d’oro, diverso, e non sono frasi fatte. Un giovane vecchio, una mentalità vecchia ma giusta, è applicato. Poi è un giocatore davvero forte ed è andato in un posto, che è Napoli, che gli permetterà di far vedere appieno le sue potenzialità. Secondo me dietro Osimhen è perfetto”.
Sullo spogliatoio: “Sono tutti bravi ragazzi: io vengo da una generazione di calcio diversa, ho esordito in Serie A nel 2009. I giocatori di oggi sono più professionisti: mangiano bene, si allenano prima e dopo la seduta. Una volta c’era più il giocatore da genio e sregolatezza, c’erano più personaggi: adesso sono più costruiti ma più atleti”.

Consigli sui portieri italiani più promettenti: “In Serie A c’è Vicario che sta facendo bene, mi piace anche Di Gregorio. In Under 21 c’è un bel trio: Carnesecchi, Turati e Caprile del Bari. Turati lo conosco bene e ha tutto per diventare un gran portiere, ma Caprile è stata una bella sorpresa. Sono stati tanti anni in squadra con il ds Polito ed ero sicuro che non avrebbe sbagliato sul portiere”.
Sulla leadership: “E’ una cosa molto naturale, ognuno ha una sfumatura diversa: c’è quello più silenzioso e quello più presente. Ho avuto capitani come Doni e Magnanelli, molto diversi ma due grandi capitani. Si cerca di prendere dai riferimenti calcistici e in base al proprio carattere si fa un mix, esprimendo comunque te stesso: se provi a scimmiottare qualcuno, non sei credibile. Portieri tutti matti? Un po’ è vero: da grande mi sono calmato molto, ma da giovane ero più stravagante, rispondevo e non stavo zitto, avevo la sana incoscienza di un ragazzo che veniva dalla periferia di Milano. Con il senno del poi sbagliavo, ma è stata la mia forza avere quella personalità in quel periodo. Non mi piace criticare un compagno per un errore tecnico, capita raramente. Quando c’è un errore di atteggiamento allora sì: il campo alza il testosterone e non siamo gentili in campo, il messaggio deve arrivare. A mente fredda negli spogliatoi si cerca di parlare più pacatamente”.
Consigli sull’esultanza alla McGregor: “Mi piace tantissimo la boxe, sui guanti porto la scritta Sugar Ray: da qualche anno seguo anche UFC, che ritengo più divertente. Una volta guardai una partita con McGregor e c’era tanto hype nei suoi confronti: era un personaggio in ascesa totale e dopo la vittoria contro Alvarez, alla seconda cintura, mi sono detto che avrei esultato come lui se avessi parato un rigore. Poi ne ho parati tanti e c’era sta cosa dell’esultanza. A volte mi metto la sveglia per vedere la UFC, ma è capitato anche di fermarmi direttamente sul divano, come nell’ultima trasferta a Torino quando sono tornato a casa alle due”.
Sugli attaccanti più forti: “Nel corso degli anni ci sono stati tanti attaccanti bravi: da Ibra a Lukaku, passando per Toni. Quello che mi è rimasto più impresso è stato Pato. Quando stava bene era ingiocabile: veloce, forte tecnicamente e fisicamente. Era un giocatore che non c’entrava niente con gli altri. Peccato per tutti gli infortuni che ha avuto”.

Consigli su De Zerbi al Brighton: “E’ forse l’allenatore più forte che abbia avuto sul campo: oltre a farti giocare a calcio, ti entra dentro. Se non sposi la sua idea di calcio, è difficile poterla mettere in campo. Ho una stima infinita per lui e sono contento che sia andato al Brighton: anche la scelta dello Shakhtar era crearsi un fondo di credibilità per poter arrivare alla Premier League. Ero sicuro che un allenatore come lui volesse arrivare in Premier, l’élite del calcio è lì”.
Consigli su Dionisi: “Dionisi è stato molto bravo perché ha trovato una squadra che, pur senza allenarla, sapeva le cose a memoria. Non tutto può piacere e lui ha messo pian piano del suo per arrivare a fare quello che voleva. Quest’anno, con tanti cambiamenti in rosa, ha dato un taglio netto e a dare la sua vera impronta: siamo la squadra di Dionisi, non più quella di De Zerbi. Se guardi l’undici iniziale, eravamo più forti l’anno scorso, ma hai venduto gente forte come Boga, Raspadori e Scamacca, hai fuori Berardi e Traorè: ci siamo dovuti arrangiare. Sono arrivati giocatori con del potenziale alto ma da campionati diversi, che non parlano italiano: quando vieni dal Belgio bisogna adattarsi. Abbiamo gettato le basi per un nuovo ciclo, ma la rosa è forte”.
Su Frattesi e Pegolo: “E’ un esempio in campo, magari non con le parole: si allena bene e corre come un matto. Scamacca? Sono proprio fratelli non di sangue, un rapporto di simbiosi. Gianluca manca a tutti come ragazzo e come giocatore, ma abbiamo preso un giocatore bravo come Pinamonti: è un po’ diverso da Scamacca, forse più utile per il gioco di Dionisi. Il giocatore più simpatico dello spogliatoio? Direi Pegolo: da mio compagno di ruolo, nonostante abbia 41 anni, è un personaggio incredibile. Lo stimo molto come portiere, perché mi ha permesso di allenarmi bene e perché ha sempre fatto bene quando chiamato in causa. In termini di spogliatoio è un personaggio chiave, riesce ad entrare in empatia con un ragazzo di 20 anni nonostante ne abbia 20 in più. Il più antipatico? Magari c’è quello con cui interagisci meno fuori dal campo, ma non ci sono persone brutte che emargini. A Sassuolo sono bravi nello scegliere i ragazzi giusti”.

Sulla famiglia: “Mia figlia grande, Ginevra, ha 7 anni e da un annetto a questa parte mia moglie la porta di più allo stadio. Fa strano che i suoi amici le diano una figurina, sto iniziando a vedere l’orgoglio della figlia alle partite del padre: prima lo percepivo meno. Crescendo sta capendo che molti suoi compagni vorrebbero fare il mio mestiere. Io da piccolo ero tifoso del Milan e quando vedevo un giocatore era davvero un avvenimento: per i bambini sono quasi figure mitologiche. Non sono un giocatore del Milan, ma posso capire l’emozione di un bambino che ha in classe la figlia di un calciatore”.
Sugli esordi e sul campionato: “Giocare a San Siro è stata una delle emozioni più belle della vita: era il realizzarsi di un sogno. Pochi anni prima vidi dal vivo le due semifinali di Champions Milan-Inter e una volta varcata la soglia del campo da giocatore ho avuto un tourbillon di ricordi. Negli anni ho perso molto questa cosa: adesso guardo i risultati dell’Atalanta o della Sambenedettese, la mia prima esperienza. Serie A? Non sono forte nelle previsioni, ma vorrei che lo vincesse il Napoli. In Champions credo andranno le solite: le milanesi, la Juve e il Napoli”.
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