23 agosto 2015.
Risale a questa data l’ultima (e unica) vittoria del Sassuolo in casa contro il Napoli.
In quella occasione ci fu l’esordio di Sarri sulla panchina partenopea in un’annata che porterà Berardi e compagni alla prima storica qualificazione in Europa League.
Dieci anni dopo la musica è cambiata
Dieci anni esatti dopo, nel giorno del ritorno in A dopo un solo anno di purgatorio in B, il Sassuolo di Grosso, anch’egli al debutto alla prima di campionato nella massima competizione italiana (assaggiata a stagione in corso per tre partite a Brescia nel 2019), non riesce nell’impresa di fermare i Campioni d’Italia che battono i vincitori della scorsa serie cadetta in una gara mai in discussione.
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Ne è passata di acqua sotto ai ponti da quel lontano giorno di fine agosto in cui la formazione guidata da Eusebio Di Francesco inaugurava il proprio ciclo di colpi da tre punti contro le big del campionato, guadagnandosi via via l’appellativo di “ammazzagrandi” per la capacità di imporre il proprio gioco e di non rinunciare alla propria identità contro qualsiasi avversario e su ogni campo.
Una filosofia e una mentalità perpetrata con De Zerbi ed ecco che, quando hai un’idea precisa di calcio in testa e la persegui, il raggiungimento della salvezza diventa solo una questione di matematica.
Non lo neghiamo, a ripensarci un pizzico di nostalgia riaffiora nelle vene.
Il duro ritorno alla realtà
Ora il Sassuolo, pur essendo una realtà consolidata e riconosciuta nel nostro calcio, deve rimettere insieme i pezzi e riaffacciarsi all’olimpo del calcio dimostrando di meritarselo e di volerselo tenere stretto con le unghie con i denti.
I buoni propositi della vigilia sono venuti meno…
Il battesimo che ha segnato il ritorno al piano di sopra è stato di quelli roventi e i buoni propositi della vigilia di una gara equilibrata mentalmente e tatticamente, cercando di non scoprirsi troppo e di fiutare l’occasione giusta per colpire, si sono sciolti come neve al sole nei primi 15’ di fronte alla dura realtà della Serie A.
Sin dalle prime battute, i neroverdi sono stati tramortiti dell’impeto dei partenopei e hanno perso la gara prima nella testa che per l’indubbio scarto tecnico tra le due formazioni noto alla vigilia e palesatosi sul campo.
…per mancanza di coraggio e spensieratezza
Sono venuti meno quel coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo unito alla mancanza di un pizzico di spensieratezza nel non trasformare la pressione dell’esordio in paura, mix indispensabile per non far scottare ogni pallone.
E invece anche l’appoggio più facile, come passaggi orizzontali o semplici scarichi ai compagni, in avvio sono sembrati la cosa più difficile, in un ambiente per lo più azzurro, eccetto che per uno spicchio dei distinti e della Curva, che non ha mai fatto mancare il proprio sostegno alla squadra incitandola con il coro “in Serie A bisogna lottare”.
“In Serie A bisogna lottare”
Una frase che va di pari passo con quella affissa all’ingresso del Mapei Football Center del patron Giorgio Squinzi “mai smettere di pedalare” e che andrebbe puntellata nella mente e nel cuore dei giocatori, con la consapevolezza che, come dichiarato da mister Grosso nel post partita, la montagna è “ardua, faticosa” da scalare.
senza “mai smettere di pedalare” per scalare la montagna
Già perché l’obiettivo del Sassuolo è la salvezza che si raggiunge con la fame e la voglia di non mollare su ogni pallone e con quell’equilibrio nel saper “attaccare e difendere uniti, come una squadra” che rappresenta la “base per affrontare questo campionato”, fissata da capitan Romagna nella conferenza al termine del match.
Con equilibrio e pressing corale
Un equilibrio che parte dal pressing alto che deve essere corale e ben coordinato da tutti gli effettivi e non singolo o sporadico, altrimenti il rischio, come spiegato dallo stesso mister, se non si riescono “a mantenere queste distanze tra la difesa e il centrocampo tutti gli avversari ti mettono in mezzo”.
Proprio come accaduto contro il Napoli, in cui il capopopolo della pressione efficace Konè, tra i migliori fino all’espulsione, non è stato sempre accompagnato dai compagni, lasciando l’ex Marsiglia, come si dice in gergo calcistico, “andare in guerra da solo”, con annessa conseguente espulsione, data la generosità di voler andare a coprire quello spazio lasciato vuoto.
Chiaramente, ça va sans dire, in diversi frangenti sono state determinanti le qualità superiori alla media del torneo degli uomini di Conte nell’eludere il pressing avversario, viste la tecnica e la velocità di esecuzione dei propri interpreti nel giro palla.

Vero è che, però, con il passare dei minuti, il Sassuolo ha dimostrato in un paio di occasioni nella seconda parte dei primi 45′ di poter aggredire in modo efficace recuperando il possesso nella metà campo ospite, grazie alla catena di sinistra Doig-Laurienté, quella che ha funzionato meglio per merito di una crescente intesa che ha dato il la a qualche potenziale occasione non concretizzata.
Ma soprattutto con la “garra” e la “fame”
Ed ecco che qui subentra quella “garra” necessaria per contendere ogni pallone, per provare a crearsi uno spiraglio, una chance per saziare quella “fame” di salvarsi che dovrebbe avere ogni giocatore che lotta per non retrocedere.
Ma non tutti hanno remato in questa direzione. Si sa, di questi tempi, con il mercato ancora inspiegabilmente aperto a campionato iniziato, come lamentato anche dal tecnico del Bologna Italiano, qualcuno potrebbe avere l’orecchio rivolto altrove.
Un discorso che coinvolge il duo Laurienté-Pinamonti con esiti ben diversi.
Il primo, come detto, non si è risparmiato in campo lottando su ogni pallone, il secondo, invece, dopo un generoso lavoro di pressing nel primo tempo, nel secondo è sembrato avulso dal gioco perdendo diversi duelli, specie quelli aerei, e non riuscendo in modo efficace a far salire la squadra nei momenti di apnea, “sparendo” via via dal campo.

Se nell’anno della retrocessione, siamo stati tra i pochi a difendere l’attuale numero 99, sottolineando come abbia più volte “cantato e portato la croce” predicando nel deserto nella pochezza offensiva di quella stagione, facendo a sportellate con le difese avversarie e cercando di sradicare il pallone ai difensori in ogni maniera possibile, questa volta lo stesso tipo di atteggiamento “con il coltello fra i denti” è mancato da parte sua.
Il rebus Pinamonti
Non che ci aspettassimo che quella contro il Napoli sarebbe dovuta essere la partita più facile per l’ex Genoa, dato il lavoro oscuro a cui sono stati chiamati gli attaccanti, ai quali sono mancati i rifornimenti necessari da parte del centrocampo, sovrastato dai fuoriclasse partenopei, ma, come dice il vecchio detto, “se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”.
Pinamonti, invece, raramente si è abbassato per ricevere il pallone e partecipare alla manovra, rimanendo lontano dai compagni e “schiacciato” dal duo Rrahmani-Juan Jesus, che ha avuto vita facile.
Ed ecco che l’apporto all’interno del match dell’attaccante neroverde è stato pressoché impalpabile pur in un tipo di gara non certo nelle sue corde.
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Prendete, però, ad esempio, la prestazione di Walukiewicz, anch’egli chiamato all’arduo compito di contenere le avanzate di McTominay in un ruolo non suo. Il polacco, pur nelle evidenti difficoltà di dover affrontare l’avversario più temibile, ha portato comunque a casa la pelle in fase difensiva cercando di limitare i danni nella propria zona di competenza.
Urge un terzino destro
Semmai l’ex Torino ha palesato la propria mancanza di propensione offensiva, non certo nelle sue corde, non avendo il coraggio in due frangenti nella ripresa di servire in campo aperto Berardi, facendo vedere ancora una volta come serva come il pane un terzino destro di ruolo, dopo l’addio di Toljan, per innescare in profondità l’esterno neroverde, orfano di un laterale in grado di creare i movimenti e gli spazi per affondare nella catena di destra.
Una casella che il Sassuolo non può permettersi di non riempire per non ripetere l’errore del girone d’andata di due anni fa in cui la mancanza di un terzino sinistro di ruolo ha creato non pochi grattacapi alla difesa e nell’equilibrio di squadra.

Da registrare anche le incertezze di Turati, chiamato a guadagnarsi la fiducia della società e della piazza, dopo aver rifiutato di scendere in cadetteria nella scorsa stagione, e a dimostrare di essere un portiere in grado di poter mettere le mani sulla salvezza dopo due retrocessioni in altrettante annate con Frosinone e Monza.
Non sono in dubbio le doti dell’estremo difensore capace di sorprendere tutti e di non tremare nel debutto in A nel dicembre 2019 in casa della Juventus, ma in un paio di occasioni l’estremo difensore non ha avuto la reattività necessaria per difendere la porta.
Muric insidia Turati?
Nella prima, ad inizio ripresa, sulla conclusione ravvicinata di Politano, la deviazione di Doig sembrava aver smorzato il pallone da cui Turati si è fatto invece superare venendo salvato solo dal palo.
Poco dopo, il portiere si è fatto sorprendere dalla punizione sì velenosa del mago De Bruyne, capace di disegnare una parabola che qualora fosse stata toccata da una testa avversaria (o amica) verso la porta avrebbe reso incolpevole l’estremo difensore, ma che, se non toccata da nessuno, come avvenuto, sarebbe potuta essere quantomeno smanacciata in angolo da un portiere con alle spalle due anni di A.
Il tutto in un momento cruciale della partita in cui il secondo gol ha tagliato le gambe alle già flebili velleità di rimonta emiliane.
Si sa quanto sia determinante il ruolo del portiere per una squadra che deve salvarsi, vedasi Falcone del Lecce per un ripasso, e, in questa direzione, Turati potrebbe essere messo sotto esame contro la Cremonese: alle sue spalle scalpita Muric che potrebbe meritarsi una chance.

Berardi l’unico inamovibile…una bandiera da oltre 400 presenze
Chi invece non ha potuto aiutare appieno i compagni ad evitare la Serie B è lo stesso Berardi, premiato per le 400 presenze dal duo Carnevali-Rossi e rivoltosi verso la Curva che ha omaggiato il suo beniamino con uno striscione speciale “Mimmo 400…to be continued. Il meglio deve ancora venire”.
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Per fare in modo che questo avvenga bisogna ripartire dalla reazione di orgoglio nel finale in dieci, certificata dall’azione confezionata dai subentrati Fadera e Pierini per l’occasione del 2-1 sui piedi di Boloca, che aveva dato il via alla ripartenza, arrivato evidentemente stremato alla conclusione a rete finita alta, dopo una generosa corsa di quaranta metri a due minuti dal termine.
Quella stessa generosità che si tiene stretta Grosso, unita alla capacità di “rimanere dentro la gara”. Elementi che non basteranno per salvarsi, ma che possono rappresentare le fondamenta su cui “appoggiare tutto il resto”, mattoncino per mattoncino, necessario per raggiungere un obiettivo per il Sassuolo non più scontato.
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