In una recente intervista alla Gazzetta dello Sport, Francesco Acerbi ha rilasciato delle dichiarazioni che stanno facendo discutere non poco. L’ex calciatore del Sassuolo, attualmente in forza all’Inter, ha dichiarato di avere le idee piuttosto chiare sul suo futuro dopo la carriera da calciatore e di voler diventare allenatore. Nell’intervista, ha affermato di avere sempre voglia di migliorarsi e di voler capire i giocatori. Proprio lì, però, si è lasciato sfuggire delle frasi che stanno alimentando non poco il dibattito del web:
“Io allenatore dopo il ritiro? Vorrei farlo. Ma oggi pare quasi una moda, il patentino lo prende anche un idraulico. E va bene, è giusto che tutti abbiano questo sogno. Ma con un limite, si dia la priorità a chi ha giocato. Io mi sento portato, perché capisco i giocatori. E poi ho vissuto tutte le sfumature: ho toccato il fondo e sono andato in alto. La prima caratteristica che deve avere un allenatore è l’empatia. Fa la differenza con i giocatori e viene prima di ogni modulo”.
Non c’è da stupirsi che queste parole abbiano causato un certo scompiglio tra i tifosi ma anche tra gli addetti ai lavori, in quanto sembrano di fatto proporre un modello di sistema calcio quasi completamente chiuso, in un circolo che vuole proporsi come virtuoso ma che se applicato al 100% rischierebbe di lasciar fuori tecnici dal palmarès importante che non hanno avuto carriere rilevanti nel mondo del professionismo, come Maurizio Sarri o José Mourinho.
Su queste pagine ad Acerbi si vuol bene, per le sue vicende personali e per quello che ha dato alla causa neroverde. Tuttavia, proprio per questo, ci rendiamo conto di quanto le sue parole possano essere – anche giustamente contestualizzate – interpretate come qualcosa che poco ha a che vedere con l’anima popolare del calcio, anche di quello professionistico e fascia alta. Un calcio nel quale Acerbi, avendo giocato in tre top club italiani ed essendo campione d’Europa con la maglia della Nazionale, è assolutamente parte.

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