mercoledì , 21 ottobre 2020
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Acerbi si racconta e svela: “Non è detto che lascerò Sassuolo”

Prima della sfida contro il Milan, Francesco Acerbi si rivela alla Gazzetta dello Sport in un’intervista a tutto tondo, nella quale racconta la sua vita, la sua carriera, la sua personalità.

L’obiettivo sembra il record di presenze consecutive, ma lui giura di non averci mai dato peso: “Giuro di non averle mai contate, né di essermi risparmiato per evitare un giallo. Ne prendo pochi. L’anno scorso solo tre e ora sono a due. Io prendo sempre la palla e se protesto chiedo subito scusa. Ormai però tutti mi parlano solo di questo, mi dicono che nessuno in Europa sta facendo meglio. Io ho sempre voglia di giocare, figuratevi che Di Francesco mi ha fatto giocare terzino in Europa pur di non farmi interrompere la striscia. Sono sessantanove al momento ma non chiamatemi fenomeno. Quello è Zanetti con 162 di fila. Un ‘animale'”.

Sessantanove presenze di seguito, per un ragazzo che un tempo amava le notti brave: “Ora è acqua passata, ma un tempo era bello fare serata dopo la partita, far tardi. Spesso andavo agli allenamenti con due ore di sonno. Ma nessuno mi diceva nulla: quando si correva io ero sempre davanti a tutti e correvo il triplo degli altri“.

E poi la chemio, durante la quale ha cominciato a vedere la TV: “Durante la chemio sono diventato fan di Masterchef. Lo guardavo per farmi venire fame, se un piatto mi ispirava mandavo mio fratello a far la spesa per provarci. In cucina mi arrangio, senza i consigli di mamma che a telefono ci mette sei ore per spiegare una ricetta e io metto giù”.

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acerbi chievo sassuolo

La prima volta avevano paura di chiamare il tumore col suo nome: “mi dicevano che c’erano dei linfonodi, io chiedevo che me lo dicessero chiaramente che fosse un tumore. La prima volta fu molto peggio della seconda, quando chiesi subito di iniziare la chemio. Oggi non ho più paura. Potrò anche essere padre, con l’altro testicolo sano”.

In carriera anche la sospensione per gonadotropina: “era un atto dovuto, ma ero molto incazzato in quanto un medico rilasciò un intervista insinuando che potevo aver preso delle pillole per tornare a giocare. Come si fa a sporcare una reputazione con tanta leggerezza, non capendo che era una recidiva? L’antidoping chiamò il medico del Sassuolo mentre ero in campo. Era tumore quello, altro che doping!”

Vita privata, vita da single: “La vita da single è da 10, però single dentro lo sono stato: oggi non più e a volte mi manca una donna con cui condividere certi momenti, anche solo la quotidianità. Se nel mio destino c’è, ben venga; se non verrà, vuol dire che non era destino. E intanto che la aspetto, mi diverto un po’”.

Con il padre, invece, un rapporto conflittuale: “Il nostro non era un rapporto: era una sfida perenne, che cominciò con il calcio. Era patito di motocross, non gliene fregava nulla che giocassi, ma se perdevo o facevo schifo mi stava addosso. Un po’ mi buttava giù – a 15 anni rischiò di farmi smettere, continuai solo per provocarlo – e un po’ mi dava la spinta: ‘Ti vedrò mai in Serie A?‘. Il 31 gennaio 2011, quando mi prese il Genoa, gli tirai il foglio con il contratto: ‘Non ci credevi: visto?’. Se gli mancavo di rispetto si arrabbiava, quella volta rimase zitto. Morì poco più di un anno dopo, era malato di cuore: passati quattro mesi andai al Milan, e quanto mi mancò lo stimolo di non farmi rompere le palle da lui“.

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Si parla anche di Dio: “Prego quando mi alzo e prima di dormire, bestemmio ma mi mordo la lingua: credo, magari a modo mio, e da tre anni di più. Certo che gli ho chiesto ‘Perché proprio a me?’, ma mentre facevo la chemio sentivo già che sarei cambiato e dunque la risposta ce l’avevo dentro. Definitiva la domenica pomeriggio di una partita serale: ero in camera con Vrsaljko, mi addormentai e feci un sogno. Era come se mio padre e Dio fossero una cosa unica, d’accordo per darmi qualche legnata altrimenti nel calcio e dunque nella vita mi sarei perso, ma poi facevo pace con papà. Mi svegliai e andai in bagno a piangere: le legnate erano chance, e lassù c’erano loro a guardarmi”.

Lo scorso anno, c’è stata la delusione della mancata convocazione europea, ora l’obiettivo è il Mondiale: “Di Conte non parlerò mai male e non mi doveva spiegazioni, però star fuori dall’Europeo fu una botta: pensavo di essere fra i 23. Forse è per questo che tornare in Nazionale sarebbe un motivo d’orgoglio, ma non è un’ossessione. Credo al Mondiale. Manca tanto, ma do il massimo da tre anni e darò ancora di più. Se Ventura continuerà a non chiamarmi, amen!”

C’è già qualche timido pensierino al dopo-carriera: “Al termine della carriera mi piacerebbe allenare, ma è un forse. Vorrei dare qualcosa, spiegare ai giovani la fortuna che hanno in mano e come vivere questo sogno. Non so se effettivamente allenerò, ma so che resterò nel mondo del calcio“.

Di Francesco, da questo punto di vista, è un’ispirazione: “Talvolta litighiamo, siamo come cane e gatto. Lui è un martello, io non sono uno che sta zitto e capita che ce ne diciamo un po’. Conta molto di più quello che dice lui e come lo dice. Ha ottime idee calcistiche: ispirazioni di Zeman più suoi concetti difensivi, uguale maestro di tattica. Ma avere idee non basta: la chiave è spiegarle bene, solo così diventano verità”.

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Domenica c’è il Milan, nel quale Ace ha giocato e che forse resta un rimpianto: “Dopo i video di Weah e le partite in curva da tifoso, il Milan diventò obiettivo un giorno a Pavia, seduto sul divano davanti alla tv. Inquadrarono la panchina rossonera e la tribuna vip di San Siro e mi dissi: ‘Io voglio giocare lì’. Due anni dopo ero lì, ricordo  l’abbraccio con mia mamma dopo la firma in via Turati: ‘Ce l’ho fatta’. Ce l’avevo fatta pur non essendo un santo, tant’è che mi avvisarono subito: ‘Tu abiterai a Gallarate’. Mi sentivo arrivato. E sparai: ‘Starò qui dieci anni’. Con la testa di adesso avrei potuto, ma vivevo nel mio mondo fatto di alibi, 4-5 chili sovrappeso: mi scivolava addosso tutto, anche le frasi di Allegri e di Galliani, che pure sapeva come parlarmi e non avrebbe voluto mandarmi via. Avevo già perso in partenza. Ma nonostante tutto il Milan non è un ricordo doloroso, se ci ripenso mi dico ‘Ma che peccato’, come quando feci il viale di Milanello per l’ultima volta. Sì, ero ancora acerbo: di cognome e di fatto”.

Si è parlato molto a gennaio di un suo passaggio al Leicester: “Era una buona chance: il fascino della Premier League, avrei giocato la Champions. Sentii Ranieri tre volte, fui molto chiaro: ‘Se il Sassuolo apre la porta vengo volentieri, altrimenti nulla: non vado allo scontro per andarmene a gennaio con un club a cui devo solo tanta riconoscenza’. Fosse stato l’Arsenal,chissà… Ora non so se mi ricapiterà la stessa chance: non arrivo a pensare fino a giugno e non è neanche scontato che lascerò il Sassuolo. Che un giorno giocherò di nuovo in un top club e che con me verrà Simone Lorieri, un preparatore fidatissimo, invece sì. Se mi dovesse chiamare l’Inter, lo preferirei sicuramente rispetto al Lecister, tutta la vita“.

A Sassuolo poi, c’è anche un campione come Berardi: “Ogni tanto mi chiedo: perché non è già al Real Madrid? In Italia uno con la sua qualità non c’è e ora gli è pure cambiata la testa da così a così. Il talento no: fantastico era, fantastico è. Come la sua velocità di pensiero: capisce la giocata prima e usa quella frazione di secondo per fregarti. Ha pure rischiato di fregarsi da solo, con le sue reazioni in campo: quante volte gli ho dovuto dire ‘Bera, se fai così ti etichetti per sempre’. Sul futuro no, zero consigli: non si sentiva pronto per il salto – adesso invece sì – e voleva farlo alle sue condizioni. Non andrebbe mai dove gli dicono gli altri. Questo la Juve lo ha capito: l’esempio di Zaza non è stato di sicuro una spinta“.

Acerbi, un leone, in campo e fuori: “Mi chiamano leone e io chiamo quasi tutti così: lo dico in continuazione. Devo essere nato per sbaglio sotto il segno dell’acquario, perché adoro tutto del leone. La calma e gli artigli sempre pronti, la pazienza e la rabbia: tutto quello che serve per vincere una sfida e io ne faccio da quando sono piccolo, è un po’ il senso di tutta la mia vita. Se non ti fidi di me, se non mi dai una lira, l’istinto è quello: dimostrarti che poi finisce come dico io. Mi è successo nel calcio, mi è successo con la malattia, e ora so come faccio a vincere: è quando capisco che non sto sfidando un avversario, ma soltanto me stesso”.

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Riguardo Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino
Giornalista beneventano ma neroverde, mancino e grafomane. Sempre attento a tutto ciò che gli cambia attorno, ma con leggerezza. Prova a dare la sua visione sul mondo del Sassuolo

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